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"Età della pietra nuova"... I Celti nel Sannio I valorosi Sanniti La Primavera Sacra Le Genti del Lupo La leggendaria città perduta "La Dea apportatrice di Vittoria"... Incredibile! L'antica Ariano: Aequum Tuticum Chi e dove L'Eroe di Troia E' lì? Qui nacque Ariano Cifra tonda... Città normanna Le Assise di Ariano Qualche personaggio... Tradimento! Gli Angioini e le Sacre Spine Gli spagnoli ad Ariano Città Regia! Ariano di Puglia e Ariano Irpino... Bibliografia e sitografia "Età della pietra nuova"...
Il cosiddetto neolitico (letteralmente età della pietra nuova) va dall'VIII millennio a.C. al III millennio a.C., cioé da diecimila a cinquemila anni fa; vi si fanno risalire l'origine dell'agricoltura e dell’allevamento, l’affermarsi di uno stile di vita sedentario e l'uso della ceramica e di utensili in pietra levigata. Le origini di Ariano sono antichissime; è infatti in questa periodo storico che nacque il primo insediamento umano della zona, intorno al 7000 a.C.... Sì, novemila e rotti anni fa! Presso la località che oggi si chiama La Starza alcuni uomini neolitici decisero di costruire lì la loro nuova dimora, e presumibilmente vi si trovarono molto bene. Il clima infatti non era eccessivamente freddo, e sui monti circostanti vi era abbondanza di boschi e di selvaggina; in più c'erano tante zone coltivabili ed anche vari fiumi (come il Calore), importantissimi, che dissetavano le coltivazioni, gli animali e gli uomini. Tutto ciò li convinse a restare per lungo tempo: i loro discendenti infatti non abbandonarono la zona fino al 900 a.C., cioè seimila anni dopo... I Celti nel Sannio In una data imprecisata del I millennio a.C. arrivarono nel Sannio degli strani uomini chiari di pelle e dai capelli rossi... Sono recentemente stati ritrovati nei boschi nei dintorni di Bagnoli Irpino degli antichi (e antichi davvero) monoliti, che sarebbero serviti per definire la strada di un cammino iniziatico. Questi monoliti sono in gran parte rivestiti di Rune, gli antichi simboli dall'ambivalente carattere magico e scrittorio delle popolazioni nordiche. Ciò, congiuntamente alle analogie tra le popolazioni nordiche di cui sopra e le popolazioni che poi abitarono il Sannio, ha fatto pensare che queste ultime ne fossero dirette discendenti. Quegli uomini dalla pelle chiara venivano dal nord; portavano con sé la cultura e le tradizioni di un popolo, il loro popolo, e decisero (come già avevano fatto quegli antichi uomini neolitici millenni prima) di stabilirsi nella zona. Quegli uomini arrivavano dall'Europa centroccidentale, ed erano Celti. Essi portarono sì i loro usi e costumi, ma col tempo questi si fusero con quelli delle popolazioni autoctone, e diedero vita a quelli che poi sarebbero stati i dominatori del Sannio e dell'antica Hirpinia; coloro che anche la potente Roma temette e combatté invano per lungo tempo: i Sanniti. I valorosi Sanniti I Sanniti furono uno dei primi popoli italici nel vero senso del termine. Organizzati in tribù, ognuna con il proprio capo, sapevano coalizzarsi ed eleggere un capo supremo in caso di guerra. Stanziati tra Campania, alta Puglia, Molise, basso Abruzzo e alta Lucania, essi discendevano direttamente dagli Umbri e dai Sabini, popolazioni dell'Italia pre-romana. Vivevano prevalentemente di caccia e di pastorizia ed avevano un sistema religioso. Questi uomini parlavano la lingua osca, di facile apprendimento, ereditata dagli Osci, che erano autoctoni del Sannio e che i Sanniti trovarono al proprio arrivo in quelle terre. Per loro il valore non era un modo di dire, anzi, era una vera e propria ragione di vita. Tanto che - ad esempio - le ragazze sannite non potevano andare in sposa a chicchessia; sceglievano infatti i propri mariti tra i guerrieri più valorosi e se uno di loro si fosse comportato in maniera disonorevole avrebbe la moglie e sarebbe stato allontanato dalla comunità. Per questi motivi, il loro coraggio e la loro forza in battaglia restarono leggendarie, tanto che gli storici dell'epoca si riferivano spesso a loro come gentes fortissimae Italiae. La Primavera Sacra I Sanniti erano soliti effettuare un rito per loro importantissimo: il Ver Sacrum, letteralmente Primavera Sacra. Essi infatti consacravano agli dei tutto ciò che era nato nell'anno - talvolta anche i figli. In questi casi, giustificati spesso da carestie o da sovrappopolazione, non appena raggiunta la maturità, in primavera, venivano mandati a fondare nuova colonie. Questi giovani partivano con l'eccitazione e la speranza di trovare una nuova terra, e con il rimpianto nel cuore per la consapevolezza che si stavano lasciando alle spalle la famiglia, la casa, e il luogo natìo. Ma coloro che partivano non erano soli; gli dei li avrebbero guidati, e lo avrebbero fatto fisicamente. Essi sapevano, infatti, che un animale li avrebbe guidati nel loro cammino, e che lì dove si sarebbe fermato lì essi avrebbero dovuto stabilirsi. Molte furono le Primavere Sacre: seguendo un picchio nacquero i Piceni; seguendo un orso nacquero i Marsi; seguendo un toro nacquero i Pentri; seguendo un cervo nacquero i Frentani. Le Genti del Lupo Ve ne furono invece alcuni che si misero sotto la guida di quello che in lingua osca era chiamato hirpus, un lupo; animale fiero, regale, indipendente e temuto. Il lupo li guidò, ed essi lo seguirono con la fierezza tipica del popolo sannita, e la consapevolezza di non sbagliare, poiché gli dei stessi li stavano guidando. Essi discesero lungo i fiumi, portatori di acqua e quindi di vita, il Volturno prima, poi il Calore ed i suoi affluenti: l'Ufita, il Miscano, il Sabato. Dopo molto viaggiare, il lupo si fermò in una zona che per questo venne chiamata Hirpinia. Essi si guardarono intorno e videro le valli, i monti Partenio, Terminio e Celica, la natura che con tutte le sue forze misteriose li aveva guidati fin lì, consapevoli del fatto che quella ora era la loro terra, la loro nuova casa. Un lupo - un hirpus - li aveva guidati, e sotto il simbolo del lupo essi sarebbero vissuti. Così essi chiamarono sé stessi gli Hirpi, le Genti del Lupo. La leggendaria città perduta: Touxion Gli Hirpi fondarono una città, che col passare del tempo divenne talmente grande e acquistò una tale importanza da essere chiamata la metropoli dei Sanniti. Il nome di questa città era Touxion. Essa occupò un ruolo di netta preminenza su tutte le più rinomate città del Sannio, sede di centri giuridici, amministrativi e commerciali. All'epoca degli storici che ne parlarono Touxion doveva essere talmente ben conosciuta che nessuno di essi si prese la briga di descriverne la collocazione; tutt'oggi quindi non si ha nessuna fonte che descriva come arrivarci... E', quindi, a tutti gli effetti una leggendaria città perduta... "La Dea apportatrice di Vittoria"... A Touxion si trovava una grandiosa statua, veneratissima da tutto il popolo sannita, della dea Afrodite Nicefora, attorno alla quale si riunivano per effettuare riti propiziatori gli eserciti sanniti. Tale dea era infatti conosciuta come "la Dea apportatrice di Vittoria". E vittorie ne portò davvero al popolo sannita, e tante: la stessa grande, invincibile Roma, prima di assoggettare finalmente le popolazioni italiche, fu più volte sconfitta dagli eserciti sanniti durante tre sanguinosi conflitti, le Guerre Sannitiche. E furono sconfitte talmente cocenti che i Romani condannarono queste popolazioni alla damnatio memoriae: ogni loro resto, ogni loro traccia e addirittura - e soprattutto - ogni loro ricordo sarebbe dovuto sparire per sempre. Incredibile! Durante la Terza Guerra Sannitica nel 292 a.C. il proconsole romano Fabio Fabriciano, che aveva appena combattuto nel Sannio - e vinto - al fianco del padre, il console romano Quinto Fabio Massimo Gurges, tornò a Roma. Come da usanza romana egli sfilò per le strade dell'Urbe esibendo il bottino di guerra; in particolare, c'era un oggetto che zittiva dallo stupore la folla romana accalcata ai lati della strada ad esultare. Questo oggetto gli diede molto prestigio, poiché era una delle reliquie più importanti di tutto il popolo sannita, e cosa più grande ancora, esso proveniva dalla più importante metropoli sannita... Incredibile! - esclamarono i romani - Fabio Fabriciano era riuscito ad espugnare la città maxima degli imbattibili, temutissimi sanniti; egli era un grande condottiero! Quell'oggetto - che stupì Roma e diede tale prestigio al proconsole che se ne era impadronito; che era stato veneratissimo dalle genti sannite e dagli Hirpi; che in suo nome aveva visto moltissimi uomini combattere e perdere la vita - era l'Afrodite Nicefora di Touxion. L'antica Ariano: Aequum Tuticum Prima della nascita della città di Ariano vera e propria ve ne fu una sannita che fondamentalmente era l'antica Ariano: Aequum Tuticum. Fu fondata dagli Hirpi intorno al IV secolo a.C. proprio nell'incrocio tra la via Traiana e la via Herculea, cosa, questa, che faceva di Aequum Tuticum un importantissimo nodo stradale (il che è vero tuttora, dopo duemila e più anni) e per questo, col passare del tempo, anche un importante centro amministrativo. Il primo a scrivere qualcosa su Aequum Tuticum fu Cicerone, il quale, in una missiva indirizzata all'amico Pomponio Attico, la descrisse come: "sosta obbligata verso l’Apulia e città di elevata condizione sociale in quanto fornita di ogni comodità". Nel III secolo a.C. la città era già molto conosciuta e sede del Touto, il centro sannita dove si amministrava la giustizia, che molto probabilmente era anche la sede giuridica principale di tutto il Sannio. Nel Touto era solito albergare un individuo che aveva la carica di Meddix, che era simile a quella latina di magistratus. In particolare, poiché il Touto di Aequum Tuticum era il più rilevante del mondo sannita, il suo Meddix era il più importante fra tutti ed era conosciuto come Meddix Tuticus, ovvero il capo dello stato sannita. Nel corso del II secolo a.C. fu conquistata dai Romani, e fu proprio in questo periodo che la città raggiunse il suo massimo splendore, grazie anche alla crescente importanza commerciale che il suo "piazzamento" strategico le conferiva. Chi e dove Aequum Tuticum significherebbe secondo alcuni campo grande o pianura grande, mentre secondo altri valle sede del Touto. Vista la sua importanza amministrativa, ed il fatto che probabilmente era la sede del grande Meddix Tuticus sannita, quest'ultima sembra la più sensata. Oggi gli scavi che hanno riportato alla luce la antica metropoli sannita si trovano in località La Starza (sì, vicino al primo insediamento umano di novemila anni fa), lungo la Strada Statale 90 che da Casalbore conduce a Foggia, in una traversa che conduce a Sant'Eleuterio. Scavi condotti nel corso degli anni '90 hanno messo in luce alcune insule con edifici abitativi, attualmente chiusi in alcune aree recintate fra i campi. A pochi metri dagli scavi, sotto alcune tettoie, sono stati sistemati alcuni materiali come statue, basi onorarie e stele funerarie. Una gran quantità di materiale proveniente dall'antica Aequum Tuticum si trova nel Museo Archeologico di Ariano. L'eroe di Troia... Vi era una tradizione che narrava delle leggendarie origini di Aequum Tuticum. Molti uomini ne vennero a conoscenza, ed alcuni di essi erano storici e ne parlarono nei loro scritti: già nel IV secolo a.C. Timeo e Licofrone, poi Ovidio, Orazio e il grande Virgilio. Più tardi, nel III secolo d.C. Solino, e per ultimo Servio durante il regno dell'imperatore Onorio (395 - 435). Questa tradizione tirava in ballo Diomede, il famoso eroe greco che combatté a Troia. Questi era il più forte fra gli Achei, secondo in forza solo al ben più famoso Achille. Era il migliore amico di Ulisse, e combatté svariate volte contro Enea, senza mai riuscire a sconfiggerlo a causa degli stessi dèi che si mettevano in mezzo nei suoi duelli. In particolare, Diomede ferì la stessa Afrodite quando questa apparve un attimo prima che egli uccidesse Enea. Dopo la distruzione di Troia Diomede salpò dal porto di questa e si diresse verso casa, verso Argo. Lì, però, Afrodite si era vendicata ed aveva fatto in modo che nessuno dei suoi amici o familiari lo ricordasse più. Si diresse allora verso la penisola italica, dove insegnò alle popolazioni locali la navigazione e l'equitazione, diventando così il diffusore della civiltà greca. Sbarcato sulle coste del Gargano si incamminò verso l'entroterra dove fu lui - l'eroe civilizzatore - a fondare Aequum Tuticum, ed in seguito molte altre città fra cui Maleventum (l'attuale Benevento) e Troia (in provincia di Foggia). E' lì? Delle vicende di Aequum Tuticum sappiamo molto perché, data la sua importanza strategico-amministrativa furono molti gli storici che se ne occuparono. In particolare però ve ne furono due, lo Pseudo-Plutarco (dell'età di Traiano) ed il ben più noto Cicerone, che fanno intuire coi loro scritti quella che forse è la soluzione di un mistero. Essi infatti parlarono spesso di Aequum Tuticum e dei suoi fatti; c'era però un piccolo particolare e cioé che quando si riferivano ad essa non la chiamavano affatto Aequum Tuticum. Essi la chiamavano invece Touxion (vedi sopra). Qui nacque Ariano Intorno al VI secolo d.C. le genti di Aequum Tuticum si trovarono a dover affrontare due grossi problemi. In questo periodo, infatti, l'impero romano era ormai solo un ricordo e l'Italia, lasciata un po' a sé stessa, era vittima di ripetute incursioni da parte di popoli germanici. Era questo il periodo delle cosiddette invasioni barbariche. La posizione di Aequum Tuticum, così centrale e facilmente raggiungibile non ne faceva il posto ideale per vivere nel VI secolo. Ogni manciata di anni, infatti, gli abitanti si vedevano arrivare un nutrito gruppo di uomini armati di tutto punto (vestiti di pellice e rozzi nell'immaginario popolare, e talvolta era vero) che non erano certo lì per un viaggio di rappresentanza. Il secondo problema, non meno importante, non dipendeva dagli uomini bensì dai numerosi terremoti che colpirono la zona. La vita resa impossibile dai barbari e dalle catastrofi naturali spinse gli abitanti di Aequum Tuticum a cercare un altro luogo dove poter vivere in pace. Una cosa del genere poteva dover significare qualcosa come una nuova Primavera Sacra (vedi sopra), cioé abbandonare tutto e migrare, per chissà quanto e chissà fin dove, alla ricerca di un luogo migliore dove costruire una nuova casa. In realtà, però, gli aequo-tuticensi sapevano bene che nelle immediate vicinanze c'erano delle alture di natura collinosa, ideali per la costruzione di una città fortificata posta su un punto rialzato e quindi facilmente difendibile. Quelle alture erano i tre colli che si vedono nello stemma odierno della città, e fu sulla loro sommità, nel VI secolo d.C., che nacque la città di Ariano Irpino. Cifra tonda... Al sicuro dagli andirivieni di Goti e Bizantini, che avevano preso la penisola italica per una specie di supermarket a basso costo, Ariano divenne una roccaforte dei Longobardi. Intorno all'anno 1000, com'era uso dell'epoca, i Longobardi costruirono ad Ariano un Castello e per ragioni strategiche lo posero proprio sul punto più alto dei tre colli; infatti, anche se al giorno d'oggi esistono edifici di altezza maggiore, è sempre sul mastio delle sue torri che si misura l'altezza s.l.m. di Ariano. Il Castello assurse così a difesa dai domini Greci e, anche se un po' malandato, si erge fieramente tutt'ora all'interno dell'ampia e verdeggiante Villa Comunale. E non solo: dell'Ariano dell'anno 1000 - roccaforte longobarda situata in posizione strategica - sono ancora perfettamente riconoscibili e fanno tutt'oggi parte della città le sue antiche ed imponenti mura difensive, ed esse sono spesso splendida e rara cornice di importanti manifestazioni come l'Ariano FolkFestival. Città normanna Più tardi Ariano passò direttamente nelle mani dei Normanni, che ne ampliarono e riconfigurarono il Castello, che in tale ricordo viene tuttora chiamato Normanno. Proprio qui, nell'estate del 1140, il re Ruggiero II d'Altavilla detto Il Normanno, convocò tutti i suoi vassalli laici ed ecclesiastici dopo una delle solite campagne di pacificazione, operate ogni anno sui suoi territori con l’aiuto dei figli. Egli aveva un progetto particolarmente ambizioso: rendere il Regno delle Due Sicilie - cioé il suo regno - uno degli Stati d'Europa più forti e meglio organizzati dell'epoca; voleva che il suo diventasse lo Stato delle istituzioni stabili e che si promuovesse l'idea di sovranità e di bene pubblico. Certo, cosa ben più facile a dirsi che a farsi; eppure Ruggiero II già aveva in mente anche un modo per poter realizzare tutto ciò. Egli sapeva infatti che una base legislativa ad hoc gli avrebbe permesso di mantenere il regno ordinato e unito, e quindi forte! Per questo motivo aveva studiato tutta una serie di tradizioni giuridiche diverse: dal diritto romano, al Codice Giustinianeo, all'Editto di Rotari, al diritto canonico, alle testimonianze bibliche e cristiane. Le Assise di Ariano In quell'estate del 1140, così, Ruggiero II d'Altavilla promulgò le Assise di Ariano, la nuova costituzione del Regno delle Due Sicilie, che gli permise davvero di essere alla guida di uno degli Stati più forti ed ordinati d'Europa. Questo corpus legislativo venne adottato quasi integralmente e con poche variazioni da un altro imperatore, ancora più innovativo di Ruggiero II, che ne aveva capito l'importanza nella costruzione di uno Stato forte e governabile. Si trattava delle Costituzioni Melfitane di Federico II di Svevia, il sovrano denominato per la sua cultura e la sua poliedricità stupor mundi. Fu così che in quel periodo, anche se per poco, prima di Napoli, prima di Palermo, Ariano divenne capitale del Regno delle Due Sicilie. Sempre nel 1140 (accadde tutto in quell'anno) venne battuto il Ducato, moneta che restò in vigore per ben sette secoli, fino al 1860. Qualche personaggio... La figlia di Ruggiero II fu Costanza d'Altavilla, nota come l'ultima discendente dei Normanni. Ella andò in sposa all'imperatore del Sacro Romano Impero Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. Il frutto di questa unione fu Federico II, che incarnava l'unione del Sacro Romano Impero e del Regno delle Due Sicilie. Uno dei figli di Federico II ebbe un ruolo importante nella storia di Ariano: Manfredi di Svevia. La sua casata, sveva, si contrappose ad un'altra casata, francese, quella angioina, che stava scendendo in Italia. Colui che impersonò questa casata fu Carlo I d'Angiò ma non da solo; insieme a lui, infatti, c'era tutto il suo agguerrito esercito. Tradimento! Per tutto questo tempo la politica arianese era stata di impostazione esplicitamente antisveva, cosa che, naturalmente, al sovrano svevo Manfredi non era mai del tutto andata a genio. Così, nel 1255, le truppe imperiali di Manfredi assediarono la città. Uno storico del '700, Vitale, scrisse che l'esercitò svevo "assediò la città con mole macchine di legno" ma che Ariano resistette grazie "alle sue possenti mura ed alla natura combattiva degli abitanti". Questo ci lascia facilmente immaginare cosa dovette accadere in quei giorni: i soldati imperiali accampati intorno ai tre colli guardavano le mura impenetrabili e combattevano gli sciami di frecce che gli arcieri lanciavano dalle mura. Gli arianesi, dal canto loro, dovevano vedersela con palle di piombo e proiettili incendiari che piovevano dal nulla, e a loro volta con l'arceria avversaria; ma lo facevano con lo stesso spirito valoroso e combattivo dei loro antenati Sanniti (vedi sopra). In realtà le truppe sveve si accorsero presto che quelle mura non sarebbero andate giù tanto facilmente, se pure mai fossero andate giù. Escogitarono perciò un trabocchetto degno di quello usato dall'amico di Diomede, Ulisse, per conquistare Troia (vedi sopra). Durante l'assedio un gruppo di lucerini si finsero disertori dell'esercito di Manfredi, e vennero accolti con festa e gioia all'interno delle mura della città. Il destino volle, o meglio, l'inganno svevo non volle che quelli fossero disertori, anzi, decisamente erano ancora e più di altri fedeli al proprio imperatore. Nella notte essi rivelarono la loro doppia faccia, e fu un massacro. La città venne saccheggiata dall'interno, fin quando almeno alcuni dei traditori non aprirono le porte delle mura per far accomodare, con tutti i comfort, le truppe sveve. A quel punto ormai i lucerini avevano distrutto col fuoco tutto ciò che poteva essere distrutto in tal modo, e avevano fatto strage degli abitanti. Quel giorno, quel tragico 5 Aprile del 1255, ogni singolo edificio della cittadina venne raso al suolo - Cattedrale compresa - e per vari anni di Ariano non rimase che una città fantasma. Manfredi aveva così avuto la soddisfazione di togliersi quel grosso sassolino antisvevo dallo stivale. C'è ancora una via a ricordo del tragico evento, chiamata per tale motivo La Carnale, che scende proprio da un lato della Cattedrale. Gli Angioini e le Sacre Spine Più di dieci anni più tardi, nel 1266, Manfredi si scontrò con il suo più acerrimo nemico: Carlo I d'Angiò, presso Benevento (vedi sopra). Lo scontro terminò con la vittoria di Carlo I, e con la morte di Manfredi, ucciso da un colpo di spada di uno dei suoi stessi soldati che non lo aveva riconosciuto. Nello stesso anno Carlo I D'Angiò ricostruì la città e la sua Cattedrale, a tutt'oggi in ottimo stato e completamente funzionante, anche se ha perso quasi del tutto l'aspetto che aveva in epoca angioina. Ma Carlo I non si limitò solo a questo: per mostrare la sua gratitudine al popolo arianese, che tanto si era accanito nella lotta antisveva, gli fece un meraviglioso e preziosissimo dono. Si trattava infatti di due spine della corona che cinse il capo di Cristo, ricevute dal fratello Luigi IX re di Francia conosciuto anche come Il Santo. Queste Sacre Spine sono ancora conservate in un pregiato reliquiario, all'interno della Cattedrale di Ariano. Tutti questi avvenimenti sono rappresentati ogni anno nella Rievocazione Storica del Dono delle Sante Spine e nella riproduzione dell'Incendio del Campanile, evento pirotecnico che illumina a giorno la piazza principale ed il relativo lato della Cattedrale, e che ricorda la distruzione della città da parte dei finti disertori lucerini (vedi sopra). Gli spagnoli ad Ariano Tramontato il regno degli Angioini, molte terre italiche caddero sotto il dominio spagnolo. In particolare la città di Ariano finì prima nelle mani della famiglia Provenzale dei Desambramo dal 1294 al 1413; passò poi successivamente ai Carafa, e poi ancora ai Gonzaga. Tutt'oggi vi sono nel paese costruzioni ed abitazioni che furono delle famiglie spagnole che governavano all'epoca. Città Regia! Il 2 Agosto 1545 la città si riscattò dal regime feudale, e divenne Città Regia, dipendendo da quel momento dal Viceré del Regno delle Due Sicilie. Ariano di Puglia e Ariano Irpino... Più tardi, nel 1868 (cioé otto anni dopo che era divenuto fuori corso il Ducato, la moneta coniata da Ruggiero II, vedi sopra), la città venne ufficialmente a far parte della Puglia, e per tale motivo acquistò la denominazione di Ariano di Puglia. La nuova denominazione durò fino al 1930; in quell'anno, infine, la città passò al territorio della Campania, e cambiò di nuovo il proprio nome in quello che è l'attuale: Ariano Irpino. Bibliografia e sitografia Hirpinia, il Sannio ritrovato - di Domenico Cambria Ariano I. dalle origini ai Longobardi (le origini dei Sanniti) - di Domenico Cambria Ariano Città Capitale - a cura di Mario e Ottaviano D'Antuono Sito del Comune di Ariano - sezione storia di Ariano I Sanniti Stupor Mundi - il sito di Federico II Il Mondo Normanno |
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